Dopo la Brexit è possibile una Italexit?

Cosa accadrebbe se l’Italia uscisse dall’euro? Quali sarebbero gli effetti per aziende e privati? Le opinioni degli esperti sono piuttosto contrastanti. Vediamo quali sono gli ipotetici scenari che si delineano tra benefici e danni per il nostro Paese

di Renato Uggeri

Il dibattito sull’uscita dell’Italia dall’euro (o Italexit) è un tema molto sentito dall’opinione pubblica. Del resto, dal 2007 i cittadini europei favorevoli all’euro sono lievemente diminuiti (dal 69% al 66%) e, tra i Paesi membri dell’Unione europea, l’Italia è quello in cui tale consenso è diminuito maggiormente. L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea (o Brexit) decisa nel giugno 2016 ha quindi riacceso la discussione sul tema. Quali potrebbero essere le conseguenze di una Italexit? Servirebbe alla crescita? Porterebbe inflazione e crisi del debito?

Chi teme l’uscita dell’Italia dall’euro
L’idea di un’Italia fuori dall’euro continua a spaventare le aziende di tutto il mondo. La considerazione ha trovato conferma in un recente sondaggio trimestrale del CNBC Global Council, che rappresenta alcune delle più grandi aziende pubbliche e private. Quasi il 77% degli intervistati provenienti da tutto il mondo teme che l’Italia possa voltare le spalle all’Europa. Quasi 2 intervistati su 3 si sono dichiarati un po’ preoccupati che l’Italia possa effettivamente votare un’uscita dall’euro, perché questo avrebbe un impatto negativo sulle loro società nei prossimi sei mesi; mentre la percentuale sale al 90% quando la domanda riguarda i timori per l’intera economia europea.

Cosa pensa chi è meno scettico
Eppure, secondo Joseph Eugene Stiglitz, premio Nobel per l’Economia nel 2003, abbandonare la moneta unica porterebbe chiari vantaggi al nostro Paese. “L’Eurozona ha bisogno di una riforma radicale”, egli ha affermato in una recente intervista, “ma visto che questa non ci sarà a causa dell’opposizione della Germania, l’Italia farebbe bene a uscire dalla moneta unica. Una mossa rischiosa ma che porterebbe vantaggi chiari, lineari e considerevoli”.
Dal tedesco Schäuble agli economisti francesi, molti altri ci vorrebbero senza la moneta unica, per proteggerci dalle speculazioni e favorire le esportazioni. E non c’è soltanto la Germania a valutare le conseguenze di un’Italexit. Paesi del Nord, come Olanda o Finlandia, guardano a Roma come il grande malato d’Europa e storcono il naso di fronte alle concessioni della Commissione sui nostri conti pubblici.

C’è chi intanto prepara un piano B
Secondo uno studio dell’OFCE, l’Osservatorio Economico Francese, i costi di un’uscita dall’Eurozona non sarebbero probabilmente così alti come si è portati a pensare per Paesi in deficit come Italia e Spagna, mentre sarebbero più elevati del previsto per i Paesi in surplus. Con il ritorno alla lira, l’Italia sarebbe il Paese dell’area euro che avrebbe meno problemi economici e che correrebbe meno rischi in termini di debito pubblico. Dopo una svalutazione significativa, la lira sul lungo termine finirebbe per stabilizzarsi e addirittura avrebbe il potenziale di apprezzarsi dell’1% rispetto all’euro.
Intanto, la Germania sta già preparando il suo piano B: se
l’Italia dovesse dar seguito alle minacce di un’Italexit, tutto “l’arsenale” dell’Ue verrebbe utilizzato per isolare e proteggere dal “contagio” i Paesi più esposti.

E se fosse l’Eurozona a disgregarsi?
Gli analisti di Money.it, nel report “Ritorno alla lira: vantaggi e svantaggi”, ipotizzano uno scenario in cui non sia l’Italia a uscire dall’euro, bensì l’Eurozona a disgregarsi. Da qui si è sviluppato lo studio per comprendere cosa accadrebbe in tale contesto, sorvolando su eventuali default a catena dei Paesi dell’area euro.
Stando all’analisi, i vantaggi del ritorno alla lira sarebbero i seguenti: svalutazione della moneta e inflazione gestibile, aumento della produzione industriale e dell’export, migliore distribuzione dei salari, crescita dell’occupazione. Questi, invece, gli svantaggi: maggiori tasse sui consumi, tassi d’interesse alle stelle, conseguente aumento del debito pubblico.

Quali sarebbero i possibili effetti?
Poiché l’uscita dall’euro farebbe esplodere i tassi di interesse, lo Stato avrebbe problemi a finanziarsi e, in questo caso, i nostri conti pubblici potrebbero essere persino più negativi rispetto a oggi. Infatti, è stato proprio l’ingresso nell’Eurozona a permettere che i tassi di interesse fossero contenuti, così da dare all’Italia la possibilità di potersi finanziare. Abbandonando l’euro, i tassi tornerebbero a salire. D’altra parte, tornare alla lira attirerebbe gli investitori esteri, incoraggiati anche dalla qualità della nostra produzione industriale, e quindi potrebbe essere più semplice ripagare il debito pubblico.
Libera dai vincoli comunitari, Bankitalia inizierebbe a stampare moneta per sostenere il debito pubblico. Ritornerebbe l’inflazione elevata che abbiamo già visto negli anni Settanta e Ottanta. I prezzi di generi alimentari e materie prime importate andrebbero alle stelle. Il carovita rappresenterebbe quindi una colossale tassa patrimoniale per gli italiani, riducendo nettamente il potere d’acquisto di stipendi e pensioni. L’impennata dei costi di finanziamento delle aziende manderebbe al tappeto investimenti e imprese stesse, con il risultato di un forte incremento della disoccupazione. Incasserebbero qualche piccolo vantaggio solo le imprese che esportano prodotti a basso valore aggiunto, le quali comunque dovrebbero fare i conti con la perdita del potere d’acquisto delle famiglie e la crisi dei consumi (ma anche con la necessità di adeguare gli stipendi alla corsa dell’inflazione).

Come reagirebbero i mercati
Intanto, i mercati finanziari hanno castigato l’ipotesi di un’Italexit. Un campanello d’allarme che ha un preciso significato: l’uscita dall’euro o delle operazioni straordinarie sul debito pubblico potrebbero avere effetti devastanti, oltre a essere difficili da realizzare sul piano tecnico. Passare da una moneta a un’altra non è come accendere o spegnere una luce: ci sarebbero passaggi tecnici complessi, dal ritiro della vecchia moneta all’immissione in circolazione della nuova. Ci sarebbero conseguenze politiche, implicite nei trattati, perché euro e adesione all’Unione sono strettamente legati.
La crisi della Grecia ha rilanciato la teoria di chi chiede che l’Italia esca dall’euro. L’addio alla moneta unica e il ritorno alla lira, secondo gli analisti, comporterebbe per la divisa nazionale una svalutazione tra il 20 e il 30%. Di conseguenza schizzerebbe verso l’alto il costo di materie prime quali petrolio e gas. Parimenti, di tale cifra calerebbe il valore di case e terreni.
Gli analisti di Ubs, nell’introdurre le possibili conseguenze di un’uscita dall’euro dell’Italia, si concedono una battuta: “Le unioni monetarie sono come l’Hotel California cantato dagli Eagles: i membri possono fare il check out, ma non possono (quasi) mai uscirne”. Nel caso dell’Italia, un Paese di risparmiatori, è difficile che un’uscita dall’euro goda del consenso popolare. E i partner europei “potrebbero essere ancora meno gentili con l’Italia rispetto a quanto lo sono stati con il Regno Unito, visto il caos che l’Italia provocherebbe lasciando l’Ue”.

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